La lotta alla mafia fatta solo a parole

Abbiamo votato ieri il disegno di legge di modifica dell’articolo 416-ter del codice penale che punisce il reato di “scambio elettorale politico-mafioso”.

L’iniziativa di riformare il testo dell’articolo in questione è stata senz’altro meritoria. Noi abbiamo votato favorevolmente per mero spirito di servizio. Ci aspettavamo infatti qualcosa di più da una norma che si è dimostrata invece come il frutto di un compromesso “al ribasso” tra i partiti di maggioranza e una parte dell’opposizione. Un compromesso a cui non si dovrebbe mai scendere quando si trattano temi di questa portata.

La formulazione modificata dell’art. 416-ter, infatti, fa sì che il politico che chiede al mafioso il procacciamento di voti senza arrivare ad un accordo risulti difficilmente imputabile nonostante la previsione del “delitto tentato” di cui all’art. 56 del codice penale. Inoltre la norma rischia di escludere l’imputabilità qualora il denaro o l’utilità vadano a terze persone.

E allora ci chiediamo se una proposta di legge di tal fatta, se pur meritoria perché estende la portata dell’accordo e la portata dell’imputabilità, non sia fatta apposta per salvare alcune categorie di persone, in specie le categorie dei politici.

Una lotta alla mafia di questo genere, stante la pervicacia dei partiti di maggioranza, si dimostra una lotta fatta solo a parole. Purtroppo, però, non è sufficiente un cognome importante per sconfiggere la mafia.

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